Ferite chirurgiche

Dopo un intervento chirurgico, le ferite di solito vengono chiuse suturando insieme i margini con dei punti, delle grappette metalliche, con colla o cerottini adesivi. Questo processo tiene accostati i margini per alcuni giorni e la guarigione viene chiamata “guarigione per prima intenzione”. Tuttavia, non tutte le incisioni chirurgiche vengono chiuse in questa maniera: qualora vi sia rischio di infezione oppure quando si è verificata una perdita significativa di tessuto tale da non consentire l’accostamento dei margini, le ferite vengono lasciate aperte per farle guarire dal “fondo in su”. Questo tipo di guarigione viene detta guarigione per “seconda intenzione”. Essa richiede molto più tempo della guarigione per prima intenzione perché il tessuto mancante o non vitale deve essere rimpiazzato da cellule vitali. L’area aperta è più estesa e la reazione infiammatoria che ne consegue può diventare cronica, la guarigione può comportare la formazione di una escara o crosta formata di plasma secco e cellule morte, le cellule dei tessuti vitali circostanti (fibroblasti e gettoni vascolari) migrano verso il centro della ferita e formano il “tessuto di granulazione” che è fragile e sanguina facilmente. Solo nella ultima fase della guarigione avviene la “riepitelizzazione”, cioè la crescita dello strato cutaneo più esterno che a volte retrae parzialmente la ferita.

Vengono fatte guarire per seconda intenzione per esempio le ferite che conseguono alla rimozione di cisti e fistole pilonidali, ustioni ed altre situazioni di perdita di sostanza nella quale non sia indicato fare un innesto o un lembo, come ad esempio dopo traumi.

Trattare queste ferite chirurgiche aperte a volte può essere una vera sfida in quanto possono essere grandi, profonde, a rischio di infezione e possono produrre molto liquido (chiamato essudato), che è difficile da gestire. Le opzioni disponibili, oltre alle medicazioni assorbenti come quelle con gli alginati, includono l’uso della terapia a pressione negativa che è diventata la forma di terapia più utilizzata per vari tipi di ferite. La terapia a pressione negativa aspira il liquido che si forma nella ferita e lo raccoglie in un raccoglitore detto “canister”. In questa maniera la terapia a pressione negativa tiene la ferita asciutta e riduce la carica batterica. Alcuni studi presenti in letteratura indicano che la terapia a pressione negativa in questi casi è in grado di ridurre il tempo di guarigione di circa la metà o di un terzo rispetto alle medicazioni tradizionali.